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Massimo Gerardo Carrese
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e siamo stati nelle cisterne e nelle taverne
e nelle grotte benfatte e sulle chiatte disfatte
e nell’eterna saliva materna e paterna 
e nei chioschi e nei boschi 

e siamo stati nelle acque del mare giullare e nell’infinito di un dito
e guadato fiumi senza più trame e bevuto da un lago
e per te ho provato giacche e cravatte e tu per me gonne
e minigonne ma poi ci siamo piaciuti come miti eremiti, nudi 

e siamo usciti da chiese pretese e da case meduse
e mangiato e cucinato riso e coltivato una rosa
e dipinto mimose e altre cose
e siamo andati dal neurologo e dal ginecologo
e dal sismologo e dal meccanico
e poi dal postino per quella ciliegia dalla Norvegia
e da tuo padre per quella bugia
e dal rugoso sabbiatore e dal villico fiorista
e dal vetraio e dal costruttore e dal gaio birraio 

e ci siamo vestiti e spogliati, ma più spogliati
e anche più vestiti, e ci siamo lavati i fianchi
e i fiati stanchi e i culi loculi e le ali e le mani  
e poi letto cartoline alpine e celebri libri e storie diarie
e parole varie e scritto poesie e frenesie
e siamo andati in montagna e in campagna
e in pianura e sui berberi alberi
e parlato con giocatori e minatori e miniatori
e annaffiato geometriche pietre e gettato fiori amari 

e siamo andati in Grecia e in Mongolia
e in Giappone e in Sicilia
e nel deserto in Polonia, che forse più non esiste,
e nel Sahara, che ancora resiste,
e siamo andati da tua nipote, che ricordo a malapena,
e da mio nonno, che ti faceva pena, già da morto
e siamo stati in ozi negozi e a matrimoni strazi e sazi
e dietro, ma anche un po’ dentro, a bare al funerale
e al cinema per una lacrima pagata 

e ho amato la tua schiena nei venti dell’altalena
e tu le mie pagane mani
e abbiamo spento la luce e fatto colazione
e abbiamo sorriso e disegnato e cancellato
e parlato a silenzi assenzi e a cani e a divani
e abbiamo suonato il boato e giocato al califfato
e poi volato e sprofondato
e pensato agli altri noi e a te e a me
e alle eluse muse, alle cause e tropopause 

[Massimo Gerardo Carrese, “109” in Tropopausa, Ngurzu Edizioni 2017]

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